STORIA

Marco Rigon

La formazione, basata su confronto e lavoro sugli stati d’animo, ha offerto strumenti concreti per leggere dinamiche relazionali e prevenire sopraffazioni.

Nel percorso di collaborazione tra Coop Alleanza 3.0 e la Fondazione Giulia Cecchettin si inserisce anche l’esperienza di Marco Rigon, Capo Reparto Generi Vari Casse alla Coop di Padova via della Pace, in Coop dal 2003.

Marco è tra le 145 persone coinvolte nel progetto pilota avviato a settembre 2025 nei punti vendita di Padova e provincia, nell’ambito del Protocollo d’Intesa siglato e poi rinnovato con la Fondazione. Un percorso strutturato che, a partire da un’indagine preliminare sulle percezioni individuali, ha portato a incontri formativi dedicati a riconoscere comportamenti inappropriati, prevenire le molestie e rafforzare una cultura della parità e dell’inclusione.

Un cammino che mette al centro la persona, prima ancora del ruolo professionale, e che rappresenta un modello destinato a estendersi progressivamente ad altri territori della Cooperativa, insieme ad azioni di sensibilizzazione rivolte anche a soci e consumatori.

Ecco l'esperienza di Marco.


Hai seguito la formazione con la Fondazione Cecchettin. Mi racconti in breve come si è svolta?

Eravamo in presenza, circa trenta persone, uomini e donne, con ruoli aziendali diversi. Conoscevo alcuni colleghi, altri li ho incontrati per la prima volta. Il modulo è durato tre ore, condotto da due psicologi – un uomo e una donna – con un’introduzione iniziale. L’attività era centrata sugli stati d’animo: ci venivano proposte parole e concetti sui quali riflettere e confrontarci. Si è lavorato molto sulle dinamiche relazionali, riflettendo su concetti come la dominanza, l’assuefazione rispetto ad alcuni stati d’animo o comportamenti delle persone, e su come gestire i rapporti interpersonali in modo da cercare l’equilibrio nella vita di tutti i giorni evitando sopraffazioni.


Hai trovato utile partecipare alla formazione?

Sì, anche perché mi era già capitato di affrontare situazioni delicate. In un punto vendita ho assistito a un episodio di una capo reparto donna che era stata contestata da un collaboratore che interpretava le sue richieste lavorative come sopraffazioni “in quanto donna”. Abbiamo segnalato la situazione, ed è stata gestita a livello aziendale, ma episodi di questo tipo mostrano quanto siano necessari strumenti culturali e relazionali adeguati. La formazione aiuta a leggere meglio questi contesti e a prevenire escalation.


Cosa ti è rimasto in particolare del corso?

Sono felice di averlo fatto, penso che ne dovremmo fare molti di più. C’è bisogno di una maggiore consapevolezza di come certe dinamiche possano nascere da percezioni distorte e stereotipi. Ho apprezzato l’approccio pratico, basato sul confronto e non solo sulla teoria. È un tipo di lavoro che può avere ricadute concrete nella gestione quotidiana dei gruppi e delle relazioni di lavoro. Credo che iniziative come quella realizzata con la Fondazione Cecchettin siano importanti strumenti di prevenzione culturale. È utile mantenere alta l’attenzione e diffondere occasioni di confronto anche in altri territori.


Credi sia importante investire nell’educazione all’affettività?

Ne abbiamo tanto bisogno. Ritengo che serva un maggiore equilibrio, sia nei rapporti tra uomini e donne sia nella distribuzione dei carichi e delle responsabilità, dentro e fuori la famiglia. È un lavoro che dovrebbe coinvolgere scuola, lavoro e società in generale. I risultati probabilmente si vedranno nel tempo, ma è un percorso che va affrontato, in modo serio e continuativo, non in base all’urgenza o alle emozioni provocate dall’attualità.


Che impatto ha avuto su di te il legame territoriale con la vicenda Cecchettin?

Vivo ad Abano Terme, quindi in un’area molto vicina ai luoghi della storia. Il figlio della mia compagna frequenta la stessa facoltà che frequentava Giulia, e anche su di lui ho visto l’impatto della vicinanza. Oggi all’università c’è una gigantografia di Giulia Cecchettin, e organizzano iniziative, incontri, per parlarne con i ragazzi. Quando eventi di questo tipo accadono vicino, la percezione cambia: non è qualcosa di distante o solo mediatico. L’impatto sulla comunità è stato forte e ancora oggi se ne parla molto, dal panettiere fino in chiesa, il prete ne parla ancora. È stato un avvenimento che ha colpito la spina dorsale della provincia di Padova.

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