STORIA

Silvia Pravato

La formazione con la Fondazione Cecchettin ha fatto emergere stereotipi nascosti e l’importanza di non ignorare parole e gesti quotidiani.

Nel percorso di collaborazione tra Coop Alleanza 3.0 e la Fondazione Giulia Cecchettin si inserisce anche l’esperienza di Silvia Pravato, addetta alle vendite nel reparto Generi Vari dell’ipercoop di Vigonza, in Coop dal maggio 2004.

Silvia è tra le 145 persone coinvolte nel progetto pilota avviato a settembre 2025 nei punti vendita di Padova e provincia, nell’ambito del Protocollo d’Intesa siglato e poi rinnovato con la Fondazione. Un percorso strutturato che, a partire da un’indagine preliminare sulle percezioni individuali, ha portato a incontri formativi dedicati a riconoscere comportamenti inappropriati, prevenire le molestie e rafforzare una cultura della parità e dell’inclusione.

Un cammino che mette al centro la persona, prima ancora del ruolo professionale, e che rappresenta un modello destinato a estendersi progressivamente ad altri territori della Cooperativa, insieme ad azioni di sensibilizzazione rivolte anche a soci e consumatori.

Ecco l'esperienza di Silvia.


Hai seguito la formazione con la Fondazione Cecchettin. Ci racconti in breve come si è svolta?

Si è svolta all’Ipercoop di Vigonza, nella sala convegni. Il gruppo era misto: direttori, capi, addetti, capireparto, tutti insieme. L’aspetto che ho trovato più significativo è stato proprio questo: eravamo lì come persone, al di là del ruolo. Eravamo una quindicina, uomini e donne, suddivisi in gruppi e volutamente mescolati. È stato un unico incontro di tre ore, molto intenso. I docenti, due psicologi – un uomo e una donna – sono stati molto coinvolgenti. Nel gruppo si respirava un clima positivo, senza rivalità, con grande disponibilità al confronto.


Hai trovato utile partecipare alla formazione?

Molto. Il valore principale, per me, è stato rendermi conto di quanti stereotipi ci portiamo dietro senza accorgercene. Dopo il corso mi è capitato di riflettere diversamente anche su episodi quotidiani. Durante una serata davanti alla televisione, mio nipote, di dieci anni, ha commentato la prestazione di un’atleta, donna, in coppia con un uomo: “Lei non sa fare niente”. Ho chiesto spiegazioni e lui è arrivato a dire: “Le donne non sanno fare niente”. Da lì è nata una discussione che ha coinvolto anche mia sorella, tutta la famiglia. Prima del corso probabilmente avrei lasciato correre. Oggi sento che è importante fermarsi e riflettere, anche su frasi che possono sembrare banali.


Cosa ti è rimasto in particolare di questa esperienza?

Ho capito che non bisogna passar sopra a certe cose, ma bisogna avere una maggiore attenzione a certe abitudini che sottovalutiamo, anche alle parole che usiamo. Ho riflettuto anche sulla gestione delle emozioni, anche rispetto alla reazione al dolore, pensando a quello che è successo a Gino Cecchettin e come ha reagito. Prima mi chiedevo come fosse possibile reagire con lucidità a eventi così dolorosi. Invece ho capito che se si riesce a non farsi sovrastare dalla rabbia, si riesce a vedere meglio dentro di sé, e trovare risorse che altrimenti non riusciamo neanche a vedere.


Credi sia importante investire nell’educazione all’affettività?

Io sono orgogliosa di lavorare in un’azienda che mi ha dato l’opportunità di frequentare questo incontro formativo e spero che altre colleghe e altri colleghi abbiano l’opportunità di farlo, Ma non dovrebbero essere solo una fondazione privata o le aziende a organizzare cose come questa, dovrebbe essere lo Stato a pensarci. Gia dalla scuola. Perché molte convinzioni si formano molto presto. L’idea che l’uomo sia “più capace” della donna, che la donna debba “servire” l’uomo, è ancora presente. Sia per le donne, sia per gli uomini! Mio zio è rimasto vedovo ed essendo stato sempre servito in tutto da mia zia, oggi non è capace di fare le cose più banali della vita quotidiana. E mia madre è solidale con lui! Dobbiamo impegnarci tutti per superare questa visione dei ruoli, sia nella famiglia sia nella società. E l’affettività è strettamente legata al rispetto: voler bene a una persona significa riconoscerne l’individualità, non dare per scontate gerarchie o automatismi.


Vivere nello stesso territorio di Giulia Cecchettini ha avuto un significato particolare per te anche rispetto a questa formazione?

Abito a Pianiga, quindi vivo in un territorio molto vicino ai luoghi della vicenda. Questo ha reso l’esperienza ancora più concreta. Non si tratta di temi astratti, ma di qualcosa che riguarda la comunità e la vita quotidiana. Ritengo importante che iniziative di questo tipo non nascano solo in risposta a eventi tragici, ma diventino parte di un investimento costante.

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